“Vite e non numeri… l’umanità inizia da qui”

 In Curiosità, Interviste

Hotspot di Lampedusa, una gestione ordinata lontana dalle emergenze del passato

Intervista ad Ahmed Dalil, direttore del centro d’accoglienza dell’isola

Lampedusa è da sempre una terra di passaggio, un’isola al centro del Mediterraneo che negli anni è diventata crocevia di storie, viaggi, speranze e fragilità. Il tema delle migrazioni, soprattutto qui, viene spesso raccontato attraverso le immagini dell’emergenza, degli sbarchi numerosi, delle difficoltà e dei momenti più complessi.

Eppure la realtà attuale dell’isola e dell’hotspot non coincide sempre con questa percezione. Oggi, rispetto ad alcune fasi del passato, la situazione appare profondamente cambiata: i numeri sono più contenuti, i tempi di permanenza sono ridotti e la macchina dell’accoglienza lavora secondo procedure più ordinate e strutturate.

Lampedusa continua certamente a essere un punto di approdo importante per molte persone che attraversano il Mediterraneo, ma oggi la gestione quotidiana del centro è lontana dalle immagini di crisi permanente che spesso vengono associate all’isola. Ne abbiamo parlato con Ahmed Dalil, direttore dell’hotspot di Lampedusa dal 1 giugno 2023, che ci ha raccontato la situazione attuale, il lavoro della Croce Rossa e l’importanza di comunicare anche i momenti di normalità.


Direttore Dalil, qual è oggi la situazione generale all’interno dell’hotspot di Lampedusa?

«La situazione generale, in questo momento, è quella di una gestione ordinaria. Attualmente sono presenti 44 ospiti, ai quali vengono erogati tutti i servizi in maniera regolare. Più in generale, negli ultimi mesi la situazione è molto tranquilla e ci permette di lavorare con regolarità, senza alcuna emergenza».


Rispetto ad altri momenti del passato, possiamo dire che la situazione attuale sia gestibile e non emergenziale?

«Sì, rispetto agli ultimi anni i numeri sono cambiati. Da quando siamo presenti qui a Lampedusa, dal 1 giugno 2023, abbiamo visto un’evoluzione importante. Nel primo semestre del 2023 i numeri erano molto più alti, circa 80.000 persone in sei mesi, per poi scendere progressivamente negli anni successivi.

Questa diminuzione ha permesso una gestione più ordinata e più efficace della struttura».


Quando si parla di hotspot, spesso si immagina automaticamente una situazione critica. Quanto è importante distinguere tra percezione esterna e realtà quotidiana?

«È molto importante. La realtà quotidiana all’interno dell’hotspot, oggi, è fatta di una gestione regolare, con numeri che rispettano la capienza della struttura e che permettono un lavoro programmato, senza particolari emergenze».


Quali sono oggi i numeri medi di presenza e quanto incidono sulla gestione?

«Ogni anno ha numeri diversi, ma già nel 2026, confrontando i primi mesi con quelli degli anni precedenti, si registra un’ulteriore diminuzione. Questo permette un lavoro più qualitativo rispetto a una gestione emergenziale o comunque legata a numeri molto più alti».


Dal punto di vista organizzativo, quali procedure si attivano all’arrivo dei migranti?

«Le nostre procedure iniziano subito dopo l’attivazione per l’arrivo di un’imbarcazione. Ci si sposta direttamente al molo Favarolo, dove viene prestata la prima accoglienza e la prima assistenza.

È presente un mediatore, per garantire le prime informazioni alle persone che scendono dall’imbarcazione, e viene fornita una prima assistenza materiale: acqua, succhi, brioche, viveri e, quando necessario, coperte.

Successivamente le persone vengono trasferite all’interno dell’hotspot, dove ricevono informazioni sulle procedure da seguire, sulle regole e sui servizi disponibili. Da lì inizia anche l’iter burocratico insieme alle autorità competenti. Il nostro team psicosociale si attiva inoltre per l’ascolto e per l’eventuale rilevazione di vulnerabilità, che vengono poi segnalate agli organi competenti».


Quanto tempo rimangono mediamente le persone all’interno dell’hotspot?

«La permanenza media è di circa 24-36 ore. In questo arco di tempo le persone ricevono i servizi garantiti dalla Croce Rossa e completano le procedure burocratiche con gli organi competenti. Una volta terminate queste pratiche, si procede al trasferimento, generalmente via nave, verso Porto Empedocle».


Qual è il ruolo della Croce Rossa nella gestione quotidiana dell’hotspot?

«La Croce Rossa si occupa della gestione dei servizi erogati all’interno dell’hotspot, sia materiali sia non materiali.

Tra i servizi materiali ci sono il kit di ingresso, il kit vestiario, il kit igiene e l’erogazione dei pasti. Ma un aspetto fondamentale riguarda anche l’individuazione e la segnalazione di eventuali vulnerabilità, in collaborazione con le altre organizzazioni presenti nella struttura.

L’obiettivo è garantire ascolto, assistenza e una presa in carico adeguata di tutte le persone presenti».


Ci sono categorie più fragili che richiedono un’attenzione particolare?

«Assolutamente sì. Tra le persone che arrivano possono esserci minori stranieri non accompagnati, donne, persone con particolari esigenze psicosanitarie o altre situazioni di vulnerabilità.

Questi casi vengono immediatamente presi in carico, valutati e segnalati agli organi competenti, in modo che le informazioni possano essere trasmesse anche ai successivi centri di accoglienza per garantire una presa in carico più adeguata».


Quanto è importante il coordinamento tra Croce Rossa, istituzioni, forze dell’ordine e autorità sanitarie?

«La collaborazione tra i diversi enti è fondamentale. Serve non solo a ridurre i tempi di permanenza delle persone all’interno dell’hotspot, aspetto essenziale per evitare il sovraffollamento, ma anche a rendere il sistema di accoglienza sempre più efficace ed efficiente.

Il coordinamento permette di dare alle persone migranti le informazioni necessarie su ciò che sta accadendo, sui passaggi successivi e sull’assistenza disponibile, dal supporto medico a quello psicologico».


Lampedusa viene spesso raccontata solo nei momenti più difficili. Quanto sarebbe utile comunicare anche i periodi di normalità?

«Lampedusa vive molti mesi dell’anno in una condizione di gestione ordinata del centro. Questi momenti rappresentano una fase importante, perché permettono di lavorare con qualità, di garantire tutte le informazioni necessarie e di prepararsi al meglio per accogliere le persone che arrivano sulle coste lampedusane.

È importante comunicare anche questa normalità, perché racconta una parte reale della gestione dell’hotspot».


Dal suo punto di vista, cosa rappresenta oggi l’hotspot per chi arriva a Lampedusa?

«L’hotspot rappresenta il primo punto di approdo sicuro. Da ciò che ci raccontano molte persone, prima di arrivare qui hanno vissuto situazioni difficili, spesso drammatiche, durante il viaggio o durante la permanenza in Paesi terzi.

Per molti di loro l’arrivo sulle coste lampedusane e all’interno dell’hotspot rappresenta il primo momento in cui si sentono effettivamente al sicuro. Non a caso, una delle prime cose che fanno è collegarsi al Wi-Fi del centro per comunicare ai familiari di essere arrivati sani e salvi».


Quale messaggio vorrebbe trasmettere a chi da fuori pensa che Lampedusa sia sempre in emergenza?

«I numeri degli ultimi anni dimostrano che il fenomeno può essere gestito in maniera ordinaria. Questo permette di garantire servizi materiali e non materiali in modo regolare: assistenza sanitaria, assistenza psicologica, informazioni sul percorso legale e sui passaggi successivi.

Non si tratta di negare la delicatezza del fenomeno, ma di raccontarlo per quello che è oggi: una gestione strutturata, ordinata e non necessariamente emergenziale».


Quanto conta il lavoro degli operatori per mantenere un clima ordinato, umano e rispettoso?

«Conta moltissimo. L’équipe all’interno dell’hotspot è composta da diverse figure professionali, tra cui i mediatori linguistici, che hanno un ruolo fondamentale non solo per garantire una corretta comunicazione, ma anche come ponte tra culture diverse.

Ci sono poi professionisti che si occupano di informare, assistere e prendere in carico le categorie più vulnerabili. La presenza degli operatori della Croce Rossa permette di mantenere una gestione ordinata e rispettosa del fenomeno».


Quali miglioramenti sono stati fatti negli ultimi anni nella gestione dell’accoglienza e dei trasferimenti?

«I miglioramenti sono stati sia strutturali sia procedurali. Nel tempo si è perfezionata la macchina della gestione e dei trasferimenti, rendendo il lavoro sempre più procedurale e sempre meno emergenziale».


In conclusione, qual è la fotografia più corretta della situazione attuale?

«La fotografia più corretta è quella di una gestione del fenomeno, e non di un fenomeno che gestisce noi. Proceduralizzare e regolarizzare gli eventi di accoglienza all’interno dell’hotspot permette di erogare tutti i servizi in maniera controllata e regolare».

Una frase, alla fine dell’intervista, riassume bene il senso di questo racconto: parlare di migrazioni significa parlare di vite, non soltanto di numeri.

Post suggeriti

Inizia a digitare e premi Enter per effettuare una ricerca