Intervista alla biologa che ha fatto di Lampedusa un punto di riferimento per la protezione delle Caretta caretta
Daniela Freggi e le tartarughe marine: una vita dedicata alla cura del mare
Daniela Freggi arriva a Lampedusa nel 1990, giovane biologa impegnata in un progetto dell’Università di Roma dedicato alla conservazione delle tartarughe marine. All’epoca il lavoro principale riguardava il monitoraggio delle spiagge, l’individuazione dei nidi e la loro protezione, in un’Italia in cui i siti di nidificazione erano ancora pochi e poco conosciuti.
Proprio a Lampedusa, nella meravigliosa cornice della Spiaggia dei Conigli, Daniela comincia a osservare la presenza di alcuni nidi e comprende presto che la sola protezione delle spiagge non basta. Inizia così il coinvolgimento dei pescatori, dai quali arrivano le prime segnalazioni e i primi animali, alcuni in buone condizioni, altri con ferite o problemi più seri. Da quella necessità concreta nasce l’idea di creare un piccolo ospedale per tartarughe marine.
Con l’aiuto di alcuni giovani dell’isola viene fondata l’associazione Caretta Caretta e prende forma un progetto che, pur tra difficoltà economiche e iniziali resistenze, diventerà nel tempo un punto di riferimento importante per la cura, lo studio e la riabilitazione delle tartarughe marine.
Oggi Daniela continua a portare avanti questo impegno con passione, ricerca e formazione. Lampedusa è conosciuta anche a livello internazionale come un luogo in cui la medicina e la chirurgia delle tartarughe marine hanno avuto un grande sviluppo. Per questo, il nuovo obiettivo è trasformare l’esperienza maturata negli anni in una vera rescue unit, un’unità specializzata dove formare riabilitatori, veterinari e professionisti capaci di intervenire in modo sempre più preparato.
Quali sono le principali cause per cui una tartaruga arriva al centro di recupero?
Le cause principali sono quasi sempre legate alle attività umane in mare. Molti danni derivano dagli attrezzi da pesca: reti, ami, lenze, collisioni con imbarcazioni o materiali abbandonati. A volte una tartaruga può sembrare in buone condizioni, ma solo una visita approfondita permette di capire davvero se stia bene.
Radiografie, analisi del sangue e osservazione in vasca sono fondamentali per individuare eventuali problemi nascosti. Gli oggetti ingeriti, i corpi metallici, le ferite, le costrizioni causate da fili o rifiuti possono avere conseguenze molto gravi. Anche un animale che apparentemente nuota bene può avere bisogno di cure.
Daniela sottolinea un punto importante: il mare oggi è pieno di tracce lasciate dall’uomo. Non solo strumenti da pesca, ma anche rifiuti e materiali dispersi possono ferire o uccidere una tartaruga. Per questo ogni intervento è prezioso, anche quando l’animale sembra non avere sintomi evidenti.
Cosa succede quando una tartaruga viene recuperata?
Il primo passo è sempre la valutazione dell’animale. La tartaruga viene misurata e pesata, perché la lunghezza del carapace e il peso danno informazioni utili sull’età e sullo stato di salute. Subito dopo si procede con gli esami diagnostici: radiografie, analisi del sangue e osservazione del nuoto in vasca.
Le radiografie possono rivelare ami, corpi metallici o problemi interni; le analisi del sangue aiutano a capire se l’animale è anemico, debilitato o colpito da parassiti. Anche il modo in cui nuota è importante: una tartaruga che galleggia storta, per esempio, può avere polmonite o accumulo di gas nella cavità interna.
I tempi di riabilitazione cambiano molto. Una tartaruga con una piccola ferita può tornare in mare dopo pochi giorni. Un animale con danni gravi, magari provocati da una lenza che ha compromesso l’intestino, può invece restare in cura per mesi, anche sei o sette, prima di recuperare pienamente.
Che emozione si prova quando una tartaruga torna libera?
Dopo tanti anni e migliaia di animali recuperati, si potrebbe pensare che ci si abitui. Invece, per Daniela, ogni liberazione resta un momento speciale. Vedere una tartaruga tornare nel suo ambiente naturale significa assistere a una piccola conquista: la libertà ritrovata, il risultato di un lavoro collettivo, la dimostrazione che l’impegno può fare la differenza.
Dietro ogni rilascio non c’è solo il volto di chi racconta il progetto, ma una squadra silenziosa di volontari, persone che dedicano tempo, fatica e risorse alla cura degli animali. Quando una tartaruga riprende il mare, quel momento appartiene a tutti: a chi l’ha recuperata, a chi l’ha curata, a chi l’ha accompagnata durante la riabilitazione.
È un’emozione che si rinnova ogni volta, perché ogni animale ha una storia diversa e ogni ritorno in mare rappresenta una vittoria.
Quanto è importante la collaborazione dei pescatori?
Per Daniela, i pescatori sono fondamentali. Li definisce veri “angeli delle tartarughe marine”, perché spesso sono proprio loro a trovarle in difficoltà e a prestare il primo soccorso. Non è un gesto scontato: un pescatore è in mare per lavorare, recuperare una tartaruga può significare fatica, tempo perso, problemi pratici e nessun guadagno immediato.
Eppure molti lo fanno. A Lampedusa ci sono stati pescatori che hanno salvato un numero straordinario di tartarughe. Daniela ricorda con affetto Filippo Solina e la sua imbarcazione Serena, protagonisti di tantissimi recuperi, anche di animali enormi, difficili da issare a bordo e da trasportare.
La collaborazione con chi vive il mare ogni giorno è quindi indispensabile. Senza i pescatori, molte tartarughe non arriverebbero mai alle cure.
Cosa fare se si incontra una tartaruga in difficoltà?
La prima cosa da ricordare è che non sempre è facile capire se una tartaruga sta male. Un animale può sembrare in buone condizioni e avere invece problemi interni. Per questo, quando possibile e dove esistono centri o unità di recupero, è importante segnalare e permettere una valutazione da parte di persone competenti.
Se la tartaruga sta bene, potrà essere liberata rapidamente, magari dopo essere stata identificata con targhette che permetteranno di raccogliere informazioni preziose in futuro. Se invece ha un problema, intervenire in tempo può fare la differenza.
Gli errori da evitare sono il fai da te, il disturbo inutile, la manipolazione scorretta o l’idea che, se l’animale si muove, allora non abbia bisogno di aiuto. Anche un recupero che purtroppo non si conclude con la sopravvivenza dell’animale può essere utile, perché permette di capire meglio le cause del danno e migliorare gli interventi futuri.
Lampedusa è famosa per il suo mare. Quanto è importante ricordarne la fragilità?
Lampedusa viene spesso raccontata attraverso il suo mare meraviglioso, ma proprio quel mare è un equilibrio fragile. Non può essere considerato solo uno scenario turistico o una risorsa economica: è un ambiente vivo, da cui dipendono biodiversità, pesca, turismo, salute e futuro.
Daniela ricorda che il mare non è responsabilità di pochi. Non basta pensare che debbano occuparsene le istituzioni, le associazioni, le aree protette o gli enti ambientali. La cura del mare riguarda ogni singola persona: residenti, turisti, operatori, pescatori, imprenditori, adulti e giovani.
Il mare dà ossigeno, nutrimento, lavoro e bellezza. Se si ammala, le conseguenze ricadono su tutti. Per questo la protezione del Mediterraneo deve diventare un impegno quotidiano e condiviso.
Qual è il ruolo educativo della rescue unit?
L’educazione ambientale è sempre stata una parte importante del progetto. Ma Daniela invita a riflettere anche sul modo in cui si comunica la cura delle tartarughe. Una tartaruga in vasca non deve diventare semplicemente un’attrazione da fotografare: è un animale malato, temporaneamente ricoverato, in attesa di tornare nel suo ambiente naturale.
Per questo, più che limitarsi a sensibilizzare i bambini, è fondamentale formare gli adulti. I bambini imparano osservando i comportamenti dei grandi. Se gli adulti rispettano il mare, gli animali, le regole e la natura, anche i più piccoli cresceranno con lo stesso sguardo.
Il messaggio educativo, quindi, deve essere profondo: non “andare a vedere la tartaruga”, ma capire chi è, perché è lì, quali minacce affronta e cosa possiamo fare per proteggerla.
Quali sono oggi le difficoltà più grandi?
La difficoltà principale è economica. Proteggere le tartarughe marine richiede competenze, autorizzazioni, strutture adeguate, personale formato, attrezzature e continuità. Troppo spesso, però, i centri di recupero si reggono sul volontariato e su fondi insufficienti o discontinui.
Daniela sottolinea quanto sarebbe importante avere una struttura stabile, con spazi dedicati alla cura, alla formazione, alla ricerca e all’educazione. Una vera rescue unit potrebbe attirare studenti, veterinari e ricercatori da tutto il mondo, creando anche ricadute positive sull’isola: scambi culturali, formazione, nuove competenze e opportunità.
Il rischio, altrimenti, è che tutto dipenda dal sacrificio di poche persone. Una missione così importante ha bisogno di basi solide, professionali e sostenute nel tempo.
Cosa possono fare turisti e residenti per aiutare davvero?
Secondo Daniela, i turisti hanno avuto un ruolo importante nel cambiare la percezione delle tartarughe marine a Lampedusa. Il loro interesse, la loro curiosità e il loro affetto hanno contribuito a trasformare la tartaruga in un simbolo positivo dell’isola.
Ma oggi serve un passo in più: non basta amare l’immagine della tartaruga, bisogna comprenderla e proteggerla. Significa rispettare il mare, non abbandonare rifiuti, segnalare eventuali animali in difficoltà, sostenere le attività di recupero e parlare di tutela anche con chi vive e lavora sul territorio.
Lampedusa ha fatto la storia nella medicina delle tartarughe marine. Per continuare a farlo, ha bisogno di una comunità consapevole, di istituzioni presenti e di visitatori capaci di guardare oltre la bellezza.
Cosa rappresentano per lei le tartarughe marine?
Per Daniela Freggi, all’inizio le tartarughe marine hanno rappresentato soprattutto una sfida. La sfida di riuscire dove sembrava difficile, quasi impossibile. La sfida di costruire qualcosa in un contesto complesso, con pochi mezzi, molte difficoltà e un obiettivo grande: proteggere una specie fragile e preziosa.
Con il tempo, però, quella sfida è diventata amore. Non un amore romantico o idealizzato verso l’animale in sé, ma qualcosa di più profondo. Attraverso le tartarughe, Daniela ha visto nascere legami, passioni, sacrifici, emozioni. Ha visto volontari piangere, sorridere, litigare, andare via delusi o entusiasti, e poi magari tornare dopo dieci o vent’anni.
Per lei la tartaruga marina è diventata uno scrigno: un simbolo capace di custodire storie, persone, scelte di vita e una potenza umana immensa. Nonostante le difficoltà, questo percorso ha illuminato la sua vita.
“Sono io che sono grata alle tartarughe marine. Non potevo immaginare una vita più avventurosa.”
Qual è il suo sogno per il futuro?
Il sogno di Daniela è che Lampedusa continui a fare scuola e diventi sempre più un punto di riferimento specialistico nella protezione delle tartarughe marine. Non solo un luogo di recupero, ma un laboratorio avanzato di conoscenza, ricerca e innovazione.
Le possibilità sono tante: utilizzare nuove tecnologie, come i droni, per studiare meglio la popolazione marina; sviluppare strategie innovative di conservazione; formare giovani biologi, veterinari, riabilitatori e professionisti capaci di portare avanti questo lavoro con competenza e continuità.
Il suo desiderio più grande è che questa realtà smetta di dipendere soltanto dal volontariato e diventi una struttura stabile, professionale, sostenuta da fondi adeguati, con personale assunto e giovani figure che possano crescere anche professionalmente sull’isola.
Non più soltanto buona volontà, quindi, ma un progetto riconosciuto, concreto, di cui l’intera comunità possa andare fiera.
Perché proteggere una tartaruga non significa soltanto salvare un animale. Significa difendere un pezzo di mare, di futuro e di identità dell’isola.

