Le Tartarughe di Lampedusa

I

ncontriamo “Daniela Freggi, responsabile del Centro Soccorso tartarughe marine di Lampedusa e direttrice del Centro Provinciale di recupero fauna selvatica tartarughe marina di Cattolica Eraclea in Provincia di Agrigento.”

Ci può raccontare la storia di questo centro di recupero che Lei gestisce?

“E’ una lunga storia quella del Centro. Sono arrivata a Lampedusa nel 1990, a seguito di un Progetto di Ricerca dell’Università di Roma ‘La Sapienza’ sulle tartarughe marine, condotto allora dal Prof. Roberto Argano, che è stato il primo ad interessarsi delle tartarughe marine in Italia. Sono arrivata per monitorare le eventuali deposizioni che ancora ci fossero sull’Isola. Ed è subito risultato evidente quanto, purtroppo, si fossero ridotte negli anni. Dal 1990 al 1996 siamo riusciti ad individuare pochissimi nidi lungo i 200 metri della spiaggia dell’Isola dei Conigli, che nel 1996 è stata inserita all’interno della Riserva Naturale che poi la Regione Sicilia ha affidato a Legambiente. Qualche nido era stato individuato anche nei 50 metri nella piccola spiaggetta della Pozzolana a Linosa, e lì si è attivato il lavoro dell’associazione Hydrosfera che, in collaborazione con il CTS, ha dato luogo alla protezione dei nidi di Linosa per una ventina di anni. Purtroppo quella realtà è terminata perché due anni fa il CTS ha chiuso le attività. Noi siamo riusciti ad andare avanti in 32 anni di attività, nonostante le enormi difficoltà economiche, poiché ad oggi nessuno ente ha mai finanziato il Centro Recupero. Abbiamo cominciato con delle piccole vasche. Ma il prezioso aiuto di tanti volontari provenienti da tante parti d’Italia e del Mondo che negli anni si sono alternati, ha permesso di mettere in piedi un Centro che all’estero è considerato un’eccellenza. Qui abbiamo una sala operatoria, dotata di tutti gli strumenti necessari. Abbiamo un laboratorio per le analisi del sangue, abbiamo quindici vasche che possono ospitare gli animali recuperati. Cerchiamo di sviluppare con varie istituzioni scientifiche diversi progetti di ricerca. Le tartarughe marine sono considerate in estinzione in tutto il mondo e anche nel nostro Mediterraneo. Noi ci occupiamo essenzialmente di Caretta caretta, una delle sette specie che sopravvivono all’estinzione, cercando, insieme ad importanti enti scientifici nazionali ed internazionali, di portare aventi ricerche e studi che ci aiutino a comprendere quali sono i più gravi rischi e i pericoli per le tartarughe marine. Spesso sono i volontari che sviluppano studi di biologia, scienze naturali o medicina veterinaria. Con loro cerchiamo di portare i risultati delle nostre ricerche ai convegni scientifici internazionali ai quali partecipiamo e collaborare ad acquisire nel mondo scientifico una migliore conoscenza  sulla vita delle tartarughe marine, necessaria per organizzare al meglio le strategie che servono per ridurre il rischio di estinzione.”

Come viene finanziato questo Centro?

“E’ incredibile come tutto quello che viene svolto presso il Centro sia realizzato nonostante la totale mancanza di finanziamenti. Non c’è alcun dubbio che dietro tutto il lavoro che riusciamo a portare avanti ci sia un enorme sforzo e grande fatica perché ognuno di noi dedica tutto il tempo libero che ha a questa attività. Importantissima è anche l’attività di divulgazione che facciamo ogni estate verso i circa 20 mila visitatori che accogliamo qui nel Centro. E, anche grazie alla loro generosità, possiamo affrontare le spese, sia mediche che di ricerca, che questo Centro affronta ogni giorno.”

Può parlarci delle iniziative di questo anno?

“Quest’anno abbiamo iniziato due nuovi progetti di ricerca. Uno è sull’alimentazione. Stiamo controllando il tipo di alimentazione data agli animali in convalescenza, valutando gli effetti che diverse tipologie di cibo hanno sullo stato di salute dei pazienti. Inoltre, insieme ad una collega francese, stiamo approfondendo l’interazione con la plastica. Ma il progetto più emozionante è quello che abbiamo iniziato con il Prof. Paolo Casale dell’Università di Pisa: stiamo portando avanti un monitoraggio a mare, cioè seguire le tartarughe nel loro ambiente naturale nei momenti successivi il loro rilascio. Questa è una ricerca veramente innovativa, probabilmente la prima al mondo, che si svolge qui a Lampedusa e che ci auguriamo possa portare sorprendenti risultati.”

Come sono i vostri rapporti con gli enti amministrativi?

“Da questo punto di vista, questo 2019 è un anno un po’ particolare e molto complesso per noi. La decisione della attuale Amministrazione di aprire un nuovo Centro Recupero senza coinvolgerci minimamente e considerarci partner anche del tutto gratuiti, ci spaventa e ci preoccupa molto. Le risorse economiche a cui noi non abbiamo mai potuto accedere, vuol dire che ci sono ed è un peccato che vengano sperperate in diversi progetti in uno stesso territorio. E poi sapere che la tartaruga venga strumentalizzata a fini economici e politici amareggia molto. Questa decisione oltre tutto calpesta la buona volontà e la passione che migliaia di volontari hanno messo in atto da più di 30 anni a questa parte.”

Avete tentato di stabilire dei contatti con l’attuale amministrazione per parlare di questo?

“Più volte abbiamo cercato di parlare con il Sindaco ma abbiamo incontrato solamente porte chiuse. Siamo spaventati per il futuro che ci attende. Andiamo avanti con fiducia e cercando di non pensare a cosa potrà succedere, quando ci saranno due centri, uno gestito con i fondi della comunità europea e del ministero dell’ambiente, con figure stipendiate, se pur senza esperienza, e l’altro, se resisterà, con la difficoltà di affrontare tutte le spese a proprio carico, con figure professionali, che se pur considerate esperte a livello mondiale, rimangono dei volontari che operano a proprie spese…. Ecco, non so quali ripercussioni questo possa avere sulla conservazione di una specie che è davvero a rischio di estinzione, è proprio questo mi preoccupa di più!”

Chi vi aiuta per il recupero delle tartarughe in mare?

“Per lo più i pescatori, anche se la marineria di Lampedusa si è notevolmente ridotta da 30 anni a questa parte. Oggi ci sono una decina di imbarcazioni a strascico e qualche palangaro che ci aiutano nel recupero. In questo compito è prezioso anche l’aiuto delle vedette delle forze dell’ordine che, non dimenticando mai la salvaguardia delle vite umane in mare, ci aiutano nel recupero delle tartarughe.”

Quanti animali avete recuperato nel corso degli anni?

“Nell’arco di un trentennio di attività abbiamo individuato, marcato e rimesso in mare, più o meno, 5200 esemplari. Abbiamo eseguito più di 2500 interventi chirurgici, grazie all’esperienza e alla professionalità del Prof. Antonio Di Bello, del Dipartimento di Medicina Veterinaria di Bari.  La sua guida risulta preziosa per formare le nuove generazioni di veterinari per poter intervenire prontamente e salvare più tartarughe. Purtroppo, non sempre si arriva ad intervenire in tempo per salvarle. Però, nel corso degli anni, la percentuale degli esemplari salvati, curati e riportati in mare si è incrementata, passando da un 75% dei primi anni al 93-95% di sopravvivenza in questi ultimi anni.

Una storia particolare, un ricordo che Le è rimasta nelle memoria, forse più degli altri?    

“Ne avrei veramente tante di storie da raccontare. Fra queste,  forse la più delicata è quella di una tartaruga rimasta con noi per 8 anni. Era un esemplare proveniente dalla Sicilia. Quando arrivò da noi mostrava un’evidente frattura del carapace, la colonna vertebrale era spezzata, non aveva più l’uso delle pinne posteriori e aveva anche un omero fratturato. Poteva nuotare solamente con una pinna anteriore. E questo la portava a ruotare su se stessa. Ci siamo inventati una specie di fisioterapia in mare, e per almeno 5 anni abbiamo portato questo animale di 42 Kg a nuotare il più possibile per farlo abituare a girare in tutte le direzioni. Piano piano la tartaruga ha cominciato a poter scegliere le direzioni da prendere. Quando è arrivato il momento di riconsegnarla al mare, la decisione ci allarmava un po’, come sapere se eravamo stati davvero utili alla nostra paziente?  Come sapere se la nostra eroina avrebbe poi ripreso la sua vita libera nel suo ambiente naturale? Abbiamo avuto la fortuna di incontrare una Fondazione svizzera, Octopus Fondation, che ha finanziato l’acquisto di un satellitare e il costo della traduzione dei dati dall’Agenzia Spaziale mese per mese. Abbiamo avuto l’enorme fortuna di poter seguire questa tartaruga per 206 giorni durante i quali lei ha incredibilmente percorso 3600 Km ed il 60% delle volte nuotando controcorrente. Quindi, possiamo dire che la tartaruga sia ritornata alla sua vita naturale.”

Come possono i visitatori aiutare il Centro?

“Il primo aiuto che chiediamo è quello di diventare ambasciatori della tartarughe marine. Quello che noi facciamo qui è solamente una goccia in mezzo all’oceano per quanto riguarda la vita delle tartarughe. Dobbiamo prendere coscienza che le tartarughe marine sono in estinzione e che tutti possiamo far qualcosa per salvarle, basta non girare la testa e fare anche un piccolo gesto, ma farlo… e parlare di tartarughe aiuta a prendere coscienza dei problemi che le affliggono, spesso a causa delle nostre attività disordinate!”